Io, Archimede e i Led a Cellino San Marco. -Pt.2

Pt.2: Lettera delirante ad Archimede, brandelli sparsi e rovinose cadute.


Vai a dormire e nell'attimo esatto in cui il tuo cervello entra nella fase onirica vedi quella figura di prima. Non è più così netta, ma ancora c'è. Non sai per quanto rimarrà, o forse sì, solo che non ci vuoi pensare.
E’ ancora lì.
Fa parte di te.
Ti parla ancora di te e tu hai ancora il suo nome sulla punta della lingua quando ti chiedono cos’hai dentro. E per non pronunciarlo non ne parli mai.
Per non pronunciare quel fottuto nome la mattina ti alzi, conti le calorie di quello che mangi, ti piastri i capelli, sfoggi i tuoi smokey eyes migliori ed esci di casa. Affronti i tuoi amici che ti chiedono come stai, affronti i tuoi che ripetono spasmodicamente che l’esame è vicino, affronti i tuoi paragrafi, sfidi a duello i libri, gli autori, la critica al naturalismo e le leggi di Maloone.
In pratica, rimetti insieme i pezzi.
Cerchi i frammenti più piccoli, quelli che si sono nascosti  vicino al piede del letto, e incolli tutto. E ci riesci anche. Ora è tutto come prima. Sei tornata alla realtà, a quella promettente, soddisfacente e intrigante realtà che sa di desolazione. Il cuore pompa il sangue, respiri autonomamente. Sei viva. Il mondo intorno a te ha ripreso a girare, le profumerie in centro fanno orario continuato, c’è umidità in piazza del Ferrarese e sta per piovere; le persone cammino a passo veloce, quasi corrono, hanno fretta, e per la fretta qualcuno rischia di lussarti una spalla con un’ enorme borsa firmata e stracolma di roba. E sei soddisfatta, sei felice. Non ti manca nulla: hai un tetto sulla testa, dei genitori attenti e premurosi, hai anche un fratello a cui stai antipatica ma che senza di te non ci saprebbe proprio stare, hai una buona quantità di amici, magari non tutti vicini ma sicuramente tutti presenti, hai un futuro davanti, degli obiettivi, e poi ancora hai dei sogni, delle speranze, hai la tua musica e i tuoi libri.
Stai bene.
Finchè un giorno, un giorno qualsiasi in cui metti i tuoi jeans preferiti e una maglietta scollata, incontri –per l’equilibrio karmico o divina provvidenza di cui sopra- quello stesso sguardo negli occhi di un passante che un po’ gli somiglia. Improvvisamente noti come il tipo del bar, quello che pulisce il bancone dalle briciole di brioche, ha i capelli a fungo come la figura che ancora tormenta le tue già scarse ore di sonno. Il taglio del viso di uno sconosciuto, una risata che riecheggia in strada, una canzone di sottofondo dentro a un negozio, un ciglio che cade sulla guancia quando metti il mascara, la spilletta sul giubbotto di un collega.
Un dettaglio. Un dettaglio molto, molto loquace, quasi logorroico. Un dettaglio che ti racconta di quel viaggio, di quello svincolo fra Seattle e Cellino, di quella volta in cui hai chiuso la chiamata alle prime luci dell’alba, di quella volta che eri in giro con le amiche, si alzò un po’ di vento e spuntò il suo profumo dal nulla. Un dettaglio che parla di altri dettagli.
Non ti scriverò di lui come si parla di una ferita, non fa più così male. Forse riesco a dire che fa quasi bene.

Caro Archimede, lui è ancora qui. E non gridare “Eureka!”, non questa volta. Non è una trovata, non l’ho trovato. Al massimo si potrebbe dire che ci siamo persi. Mi piace crede che, forse, non ci siamo persi del tutto.
Perché gli ho creduto. 
Ho creduto fin da subito alla sua sincerità e ai suoi occhi grandi e tondi, fin da subito ho avuto fiducia nella sua risata confortante e nelle sue poesie. Probabilmente adesso dirai che non avrei mai dovuto: ti sbagli.
Vedi, lui è un’ombra e il fatto che lui sia ancora un’ombra lo rende intramontabile. E il fatto che sia intramontabile tradisce ancora una certa stabilità, dietro al terremoto. Come se il mare in superficie fosse increspato ma i suoi fondali fossero placidi. Come se fossimo due estrani visceralmente legati.
Sì, visceralmente.
Sì... Estranei.
Ti parlerò di lui come si parla di un filo blu. Un filo che ho cercato di ignorare e di  cui lui probabilmente si sarà dimenticato. Un latente, silenzioso, sottilissimo, filo blu. Un filo che abbiamo tessuto piano, costantemente.
Oserei dire: faticosamente.
Pensi sia stato facile, per me, tessere quel filo? No, Archimede, non lo è stato. Non è stato facile fare promesse, ma devo dirti che è stato insolitamente facile mantenerle. Ci ho impiegato un bel po’ nel dirgli che non lo avrei lasciato cadere. Mantenere quella promessa fino all'ultimo è stato un atto di fede, di coraggio: per questo dico che è stato facile. Perché ci ho creduto. Ho creduto a quel filo che adesso si è spezzato e che mi è rimasto in mano. Un filo che si è lacerato attraverso prolungati momenti di silenzio e di menefreghismo. E di orgoglio. Sì, Archimede, di orgoglio. L’orgoglio che uso per anestetizzarmi dal dolore. Ma come posso anestetizzarmi da qualcosa che non so cos'è? E quindi ne è valsa la pena mettere l’orgoglio, il dolore e il rancore da parte, ne è valsa la pena cadere di nuovo, e poi ancora e ancora e ancora.
Ne è valsa arrogarsi il merito di aver salvato la vita a qualcuno, prenderlo in braccio come si farebbe con un cucciolo impaurito trovato sul ciglio della strada. Prenderlo per capelli e dirgli che non l’avrei lasciato cadere.
E poi a cadere sono stata io. Che ridere, eh, Archimede?
Ne è valsa la pena svuotarsi, distruggersi. Tagliarsi in due, poi in quattro, poi in sedici e così via. Farsi a brandelli in modo esponenziale e poi cospargersi di sale. Provare un dolore così intenso da ridergli in faccia. Soffocare. Soffocare il pianto, soffocare il dolore, soffocare i pensieri. Ho trattenuto il fiato fino ad esplodere. E io oggi sono esplosa. È esploso tutto, è crollato tutto di nuovo; il pavimento, i muri, la stanza, l’intero quartiere, l’intero mondo oggi è crollato sotto i miei piedi.
Domani mattina non mi alzerò presto, non metterò i miei jeans preferiti, non farò una passeggiata in centro né aspetterò che il caffè si geli mentre leggo un libro. Domani mattina prenderò in mano quello che resta di me, butterò via i frammenti che sono caduti per l’ennesima volta a terra, e imparerò a convivere con quella sensazione densa e strana, con quel dolore che si ha quando si perde qualcuno di importante. Imparerò a convivere con i ricordi e con le cicatrici, non fingerò più che quel loro sapore sia dolce, perché non lo è, non lo è per niente. Imparerò a convivere con il sapore aspro che, ancora, mi è rimasto in bocca. Ho deciso che mollo tutto e non lotto più, non serve. È come lanciare un boomerang che tanto ti ritorna dritto dritto in fronte e ti lascia a terra rincoglionito. Non lotto più.
Non eviterò più le domande degli amici, non eviterò lo sguardo inquisitore dei miei. E griderò il suo nome quando il dolore sarà così forte da sentirne il peso sullo sterno. Mi lascerò cadere, che aggrapparsi non serve a nulla. Toccherò il fondo e quando l’avrò trovato inizierò a scavare. E sarà bello poi riuscire a guardarli tutti dal basso, riuscire a ridere della loro gioia effimera e spensieratezza. Sarà bello mettere le mani in tasca e toccare quel filo spezzato e riuscire a parlare di lui come un lumicino che, per quanto lontano, fa ancora tanta luce.

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