Scrittura nera, esperimenti e altra roba

Salve a tutti, come vi avevo anticipato, torno qui con un nuovo contenuto. Quello che segue è una delle tante cose che ho scritto e accantonato per mancanza di idee  e altre scuse.
Praticamente dovrebbe essere un racconto, pare, suddiviso in capitoli, ma non sono ancora sicura di questa impostazione, fortemente suscettibile di modifiche. L'idea di base sarebbe un personaggio molto ispirato a Lisbeth Salander (se non sapete chi è siete cattive persone), scritto con uno stile fra il Palahniuk di Soffocare, e Strega Salamandra in crisi di astinenza da Scivolizia. Fantabosco docet. 
Non è la prima volta che penso a scrivere una storia, un racconto, con un personaggio studiato, con una trama, però è la prima volta che ci provo concretamente. Sicuramente non è e non sarà mai un capolavoro della scrittura mondiale, né ha la pretesa di esserlo, però il risultato finale di questo primo capitolo scritto in un'ora e revisionato in un anno (più di un anno, in realtà) mi è sembrato abbastanza decente da poter essere pubblicato in questo calderone di stronzate che è il mio blog. E per tanto, vi auguro tanto caffè (fidatevi, servirà a non addormentarvi prima del sesto rigo) e una buona lettura.

Giulia




Ho ucciso dieci persone. 
Il perché? Perché ho amato, e ancora intensamente amo, la visione del sangue colare dai loro volti, dai loro corpi. 
Ho ucciso dieci persone e quello che segue è la storia della mia lucida, sadica, follia. 
Io, Mary Ann, in questo momento scrivo da una cella umida e sporca, si sente odore di muffa e di polvere. Da questo lato dell'istituto penitenziario non batte mai il sole e la sua luce è per me, fortunatamente, un vago ricordo. 




Mi chiamo Mary Ann Laurie, figlia dell'avvocato Martin Laurie e della maestra d'asilo Lucia Minniti, coniugata Laurie. Appartengo alla classica fascia borghese, la stessa classe borghese che inorridisce quando sente al telegiornale dei delitti efferati, condanna i drogati, che schifa gli emarginati e, possibilmente, fa di tutto per relegarli nei loro pertugi sociali. 
Mia madre è italiana e ha incontrato mio padre per cause fortuite in un quartiere poco turistico di New York, in cui mia madre era in vacanza con delle sue amiche; di questa storia so che le sue amiche sono quasi subito tornate in Italia: mia madre, invece, no. Io sono arrivata circa un anno dopo dal loro casuale incontro. 
Quando sono nata io, i miei genitori hanno deciso che la grande mela fosse troppo caotica, che non fosse un luogo adatto per crescere una bambina, così hanno deciso di spostarsi nel Minnesota, nella contea di Olmsted, ed è questo il luogo in cui sono cresciuta. 
Io, Mary Ann, sono nata il 20 aprile 1975. Sono nata da sola. Del resto, come ogni singolo essere vivente su questo pianeta. 

Nasciamo soli. Senza volerlo, senza chiederlo. Per caso, per volontà di chi ci mette al mondo. Siamo tutti abituati ad esercitare una profonda gratitudine nei confronti di questa vita che non chiediamo; la definiamo un ‘dono’, dando alla parola ‘dono’ una connotazione positiva. La realtà è che è un’imposizione, un’eterna scalata che conduce alla morte e definire tutto questo come un bellissimo dono, altro che non è che un modo particolarmente ipocrita per indorare l’amara pillola dell’imposizione. Nasci per volontà altrui, vivi seguendo standard e canoni che non senti ti appartengono fino in fondo e muori. Nella migliore delle ipotesi, ti augurano di vivere a lungo: questo implica che ci si aspetta che tu muoia vecchia, probabilmente senza denti, attaccata ad un catetere perché non hai più nemmeno la forza nelle gambe per alzarti a pisciare. E ci si aspetta ancora che al tuo capezzale ti pianga la tua prole, anch’essa nata senza che gli sia stato chiesto il permesso.
Nasci senza volerlo in un mondo che non hai scelto e muori da inerte ameba. 
Quella che chiamano vita, a me ha sempre dato un certo senso di ribrezzo e inadeguatezza. 

La gente intorno a me sembra non cogliere questo lato del loro fottuto, bellissimo, dono che è la vita. Sembra non interrogarsi sul perché, come se per loro fosse veramente una cosa bellissima,la vita. A loro basta poter arrancare piccole manciate di palliativi che distolgano loro da questo genere di pensieri. A loro basta rimodernare il salotto con un nuovo sofà per sentirsi rinnovati o andare a mangiare giapponese per sentirsi interculturali. Palliativi. Palliativi che lasciano un senso di vacuità di cui non vogliono chiedersi nulla e che riempiono con altri palliativi. Però sono normali. Sono considerati giusti e normali e felici.











Capitolo 1: Il collega





Quando ero piccola vedevo mamma sempre dopo le tre del pomeriggio, e papà nemmeno lo vedevo, gli orari in studio erano massacranti; se non era troppo tardi, lo vedevo solo quando saliva in camera mia a darmi il bacio della buona notte. Ad accompagnarmi a scuola, a farmi da mangiare, era Beverly, la mia babysitter. Era lei ad occuparsi di me, e stava con me fino al rientro della mamma. 
Quando mio padre fu licenziato io avevo 7 anni. Il licenziamento di mio padre comportò un secondo impiego per mamma, e quando non ce la fecero più a pagarsi quel bell'appartamento al centro di Rochester, si spostarono in un quartiere un po' più umile, meno borghese, più economico. Mamma finì per fare la cassiera in un piccolo supermarket in un quartiere diroccato e abitato per lo più da quelle persone che schifavano tanto: prostitute, drogati, prostitute drogate e clienti drogati. Mio padre, invece, faceva il contabile presso un negozio di antiquariato che riciclava il denaro sporco derivante dai commerci di sesso e droga. Durante il periodo estivo passavo le mie mattinate dalla vicina di casa che mi accudiva per pochi dollari a settimana: la signora Geneeve Morris era una giovane donna senza figli, che si guadagnava da vivere vendendo il suo tempo a me il suo corpo agli uomini. La prima volta che andai da lei, Geneeve mi fece accomodare in salotto, mi disse che stava aspettando un collega di lavoro -li chiamava così i suoi clienti- e che avrebbero sbrigato alcune faccende nello studio al piano di sopra. Subito pensai che svolgesse la stessa professione che un tempo svolgeva anche mio padre e mi aspettavo che sarebbe arrivato un uomo ben vestito, con una cravatta discutibile ma tutto sommato ben annodata in gola. Arrivò un uomo con i vestiti lerci che odorava di sigarette a basso costo. Aveva le mani visibilmente sporche, gliele notai quando lasciò il suo cappello malandato sul tavolino di fronte al sofà su cui sedevo io. Geneeve accese di corsa la TV, poi prese quell'uomo per mano e insieme salirono le scale che portano al piano di sopra. Quando ebbero terminato stava per iniziare il notiziario delle undici, così girai sul canale 24, dove stavano per iniziare i cartoni. Geneeve si sedette vicino a me, in silenzio. Non la guardai bene in faccia ma ho creduto che piangesse. Questa storia si è ripetuta nei giorni seguenti, era sempre la stessa; l'unica cosa che cambiava era la persona che si presentava alla sua porta. 
Un giorno, quando suonarono alla porta, la signorina Morris era ancora sotto la doccia e chiese a me di aprire e di far accomodare il suo collega in salotto. Così feci. 
Era diverso dai suoi soliti colleghi, era il primo che non aveva i vestiti sporchi o strappati o con bruciature di sigaretta. Capii che quello era un collega speciale quando mi chiese se fossi in qualche modo imparentata con Geneeve. Non feci in tempo a rispondere che questo signore, che mi chiese chi fossi, ma non presentandosi a sua volta, abbassò le tapparelle e chiuse le tende della grande finestra alle mie spalle. Il salotto improvvisamente diventò buio, era illuminato solo dalla luce della tv. 
Sbarrai gli occhi. Alzò la mia gonnellina rosa e infilò una mano negli slip. Poi si spogliò. 
Quando fui violentata per la prima volta era un giovedì di una calda mattina estiva ed era appena iniziato il notiziario delle undici. 
Nell'esatto momento in cui si iniziò a rivestire, Geneeve uscì dalla doccia. Impietrì nel vedere il suo collega seminudo, con il suo pene ormai quasi del tutto a riposo e sporco di sangue. Del mio, ovviamente. Non fece in tempo a tirare un urlo, che il suo collega le saltò addosso, strangolandola. Mentre davanti a me si consumava uno strangolamento, nel pieno delle facoltà mentali che può avere una bambina di sette anni e mezzo che era appena stata violentata, che era ancora nuda e sporca di sangue, presi il  massiccio posacenere in vetro, ordinatamente posto sul tavolino, andai di soppiatto vicino a lui e lo colpii forte alla testa. Non morì subito. Rimase fortemente tramortito, intontito. Lo colpii di nuovo, lui svenne. L’esile figura di Geneeve era distesa sul pavimento, schiacciata dalla pesante carcassa rantolante del suo collega; era pallida in viso, aveva gli occhi sbarrati, le labbra viola. Non respirava più. Il bianco emaciato del viso esanime di Geneeve si colorava del rosso denso e macabro che grondava dalla fronte del suo collega, e colava sui suoi zigomi così bianchi da sembrare marmorei, sulle sue labbra schiuse.
 Vedere il sangue del collega scorrere finanche nelle fessure del pavimento mi ripagò dell'aver visto il mio, scorrere lungo le mie gambe. Avevo paura. Paura di non averlo ucciso bene, così lo colpii di nuovo, e poi un’altra volta ancora, forse due.   Subito dopo, con una freddezza che mi risultava così naturale da non rendermene conto -se non dopo diversi anni, ebbi lucidità a sufficienza da ripulire le impronte lasciate dai miei piccoli piedi nudi, poi andai in bagno; c'era ancora del vapore sui vetri e si sentiva ancora l'odore del bagnoschiuma alla frutta che usava Geneeve; tolsi dal mio corpo ogni traccia di quelle violenze, mi asciugai con cura e tornai a casa. Quando vennero le forze dell'ordine mi fecero qualche domanda, mi chiesero se avessi visto o sentito qualcosa, qualcuno. Appresi da loro che il collega aveva un nome: Vincent Johnson. Dissi loro che no, non avevo visto nulla, che ero rientrata a casa poco prima del notiziario delle undici perché volevo vedere i cartoni animati perché il canale 24 non si vedeva bene su quella vecchia tv d'epoca; raccontai che Geneeve mi disse che mi avrebbe raggiunta nel giro di pochi minuti, giusto il tempo di fare la doccia. Ovviamente, mi credettero. Come può una bambina carina, con un nome così carino come Mary Ann, dissanguare un grosso adulto con un posacenere? Il caso fu archiviato praticamente quasi subito, per mancanza di indizi. 

Vincent Johnson fu la prima persona che ho ucciso. Ricordo i suoi rantolii, ricordo il suo respiro affievolirsi. Ricordo l'espressione che aveva in viso, quel viso sporco di sangue, ricordo i suoi occhi spegnersi. Ricordo nei minimi dettagli la morte di quell'uomo per mano mia. L'omicidio è come l'amore: il primo, non si scorda mai. 
Non mi sono mai pentita di aver ucciso Vincent. Lui è stato l’inizio di una lunga, piacevole, lista. 






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